ultimo aggiornamento: 31 Marzo 2022 alle 10:33
definizione
Definita forse più propriamente con la locuzione “sindrome disesecutiva”, la “sindrome frontale” è un quadro clinico caratterizzato da deficit cognitivi e/o disturbi comportamentali, emotivi e motori: essendo la corteccia pre-frontale la sede delle funzioni esecutive, ovvero dei processi cognitivi superiori che supervisionano, dirigono e controllano le funzioni di base (percezione, controllo motorio, linguaggio, …) determinando la condotta finalizzata ad uno scopo, in seguito ad alcune condizioni patologiche, quali gravi traumatismi cranici, stroke (sia di tipo ischemico che emorragico) neoplasie o patologie degenerative (come la Demenza Fronto-Temporale), l’alterazione di queste aree determina l’insorgenza di un grave quadro contraddistinto dell’inabilità di svolgere attività intenzionali e finalizzate al raggiungimento di obiettivi, in associazione con un quadro di B.P.S.D. di difficile gestione.
descrizione
La presenza di danni a carico della corteccia prefrontale dorso-laterale può determinare una ridotta capacità di giudizio e di critica, con difficoltà nella pianificazione di compiti complessi, nella risoluzione di problemi e nell’apprendimento di strategie; un’alterazione del circuito latero-orbito-frontale si esprime con cambiamenti nella personalità e nel comportamento, che appare asociale e infantile; una degenerazione del circuito medio-frontale, infine, causa disturbi dell’attenzione, un modo di agire istintivo fino all’apatia e al mutismo acinetico.
Le lesioni della corteccia frontale sono responsabili di deficit delle funzioni esecutive, in particolare problemi:
→ nella pianificazione e nel “problem solving”: la persona non solo ha difficoltà a pianificare ed eseguire una sequenza di azioni per arrivare ad un obiettivo, ma anche nella pianificazione di sequenze di movimenti;
→ nella flessibilità cognitiva: sintomo evidente è un atteggiamento rigido, non flessibile, finalizzato alla perseverazione, che si manifesta dando sempre la stessa risposta o usando la stessa strategia anche quando si rivela inadeguata;
→ nella memoria di lavoro: i disturbi mnesici, che possono inquadrarsi nella sindrome amnesica frontale, sono caratterizzati dall’incapacità di ritenere nuove informazioni, maggiore distraibilità e confabulazioni, difficoltà nell’utilizzare strategie di memorizzazione, incapacità nel saper utilizzare i nuovi dati acquisiti, incapacità di memorizzare volontariamente;
→ nell’inibizione di comportamenti automatici, non congrui alla situazione: è il caso della “sindrome ambientale” o “da dipendenza d’uso”: posta ad esempio di fronte ad oggetti che è abituata ad utilizzare, la persona li usa senza alcun invito e senza alcuna ragione (ad esempio, un soggetto affetto da queste lesioni, di fronte ad una bottiglia d’acqua posta sulla scrivania dell’esaminatore, la prende e beve);
→ nella presa di decisioni: con questo s’intende la difficoltà di decidere in modo vantaggioso per se stessi e di rispettare le norme sociali; i soggetti questo disturbo sono più propensi a commettere scelte rischiose e a sviluppare ad esempio, una dipendenza dal gioco d’azzardo;
→ nella regolazione delle emozioni e del comportamento: si possono manifestare quadri sintomatologici di “tipo disinibito”, caratterizzati da euforia, irrequietezza, disinibizione sessuale, modi di agire socialmente inappropriati, scarso interesse verso gli altri, condotta disinibita, con scarso controllo degli impulsi, facile irritabilità ed aggressività, euforia, labilità emozionale; oppure quadri sintomatologici di “tipo apatico” con personalità “pseudo-depressa”, cioè caratterizzata da indifferenza, apatia, diminuzione della spontaneità, ridotto interesse sessuale, riduzione nella espressione delle emozioni, diminuita produttività verbale (incluso il mutismo), diminuita predisposizione al movimento ed all’azione (condotta motoria);
→ scarsa autocritica e capacità di giudizio: la persona presenta un deficit nel giudicare la realtà, specie quando la situazione sia nuova o complessa e un’assenza di atteggiamento critico verso le azioni svolte; mostra inoltre difficoltà nel correggere i propri errori e incapacità di modificare o programmare nuovi comportamenti.
sindrome pre-frontale e stress
Per quanto non si possano assolutamente paragonare i sintomi pre-frontali derivanti dai danni, spesso permanenti, causati da ictus, traumi, neoplasie o dipendenti da patologie come la demenza senile o la malattia di Alzheimer, il quadro sub-clino conseguente a situazioni di distress acuto o disconfort cronico ricorda, per molti aspetti, le manifestazioni, per quanto in forma blanda, della sindrome disesecutiva.
trattamento
La gestione delle persone affette da questo tipo di disturbo ed il trattamento dello stesso sono molto difficili, non solo perché la riabilitazione delle funzioni esecutive è estremamente complicata da un disturbo che è parte costitutiva della sindrome, ovvero la mancanza di consapevolezza del proprio deficit, ma anche perchè spesso si deve osservare la mancanza di terapia farmacologica mirata.
Per quanto, come professionisti del benessere, il nostro compito non sia quello di “medicalizzare” i contesti in cui agiamo, non si può pensare che le persone affette da sindrome pre-frontale possano essere accompagnate in un percorso di riequilibrio (spesso infruttuoso) senza un adeguato supporto medicinale e/o psichiatrico; se a questo si somma la mancanza di consapevolezza che caratterizza le persone che manifestano la sindrome disesecutiva (riducendo sia la motivazione, sia la compliance ed interferendo con il trattamento riabilitativo) o l’assenza di flessibilità tipica del soggetto pre-frontale (che rende difficile applicare a contesti nuovi quanto appreso) si comprende quanto sia difficile poter contribuire in maniera efficace ad un qualunque miglioramento. Pur non essendoci un trattamento farmacologico specifico, il professionista medico o psichiatrico può agire sul sintomo, per aiutare a superare problemi come ansia, possibile paranoia e ossessività, apatia o depressione.
L’approccio attuale della neurologia, della psicologia e della psichiatria prevede l’utilizzo di tecniche di restituzione e di compensazione: le prime consistono nel ripristinare, almeno in parte, la funzione danneggiata per mezzo di interventi finalizzati a “restituire”, a distanza di tempo dall’evento patologico (quando i processi attenzionali di base sono recuperati ma il risanamento spontaneo è ancora in corso), mentre con le tecniche di compensazione si cerca di intervenire sulle abilità risparmiate o sull’ambiente, per compensare il deficit. Anche le tecniche di stimolazione cognitiva e di terapia occupazionale possono risultare molto utili poiché consentono l’esercizio mentale e il recupero delle funzioni; il Giardino Alzheimer, il percorso sensoriale, la “snoezelen room” e la musicoterapia si rivelano ottimi alleati per ridurre i disturbi del comportamento.
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